A pochi giorni dall’assemblea che ha celebrato i primi 80 anni di vita di Assalzoo, l’Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici aderente a Federalimentare-Confindustria, l’Ufficio Stampa di Fieragricola – alla vigilia della 117ª edizione della rassegna internazionale di agricoltura, in programma a Veronafiere dal 4 al 7 febbraio 2026 - ha intervistato il presidente Massimo Zanin. Ne è scaturita una visione a tutto campo che spazia dalla “FeedEconomy” al commercio internazionale, dal ruolo della mangimistica per rispondere alle sfide dei cambiamenti climatici, della salute e del benessere animale e della salubrità delle produzioni.
Presidente Zanin, partiamo dallo scenario legato acereali, semi oleosi e materie prime per la mangimistica. Come affrontano le imprese di Assalzoo la situazione attuale e come vedono il futuro?
«L’industria mangimistica italiana, che produce ogni anno oltre 15 milioni di tonnellate di mangime, dipende in larga misura dall’utilizzo di cereali – in particolare mais, grano tenero e orzo – e di semi oleosi, soprattutto farine di soia e di girasole. Questi ingredienti sono indispensabili per l’alimentazione animale, ma la loro disponibilità nazionale purtroppo è insufficiente. Da anni il nostro Paese soffre infatti di una cronica carenza produttiva, che costringe le imprese del settore a rivolgersi ai mercati internazionali per coprire il fabbisogno interno. La situazione è particolarmente critica per il mais: in poco più di vent’anni siamo passati dall’autosufficienza a una dipendenza dalle importazioni che oggi raggiunge il 60%. Questo rappresenta un elemento di forte vulnerabilità, soprattutto in un contesto geopolitico incerto e segnato da tensioni che possono influire sulle rotte commerciali e sulla disponibilità delle materie prime.
Assalzoo sta lavorando per richiamare l’attenzione della filiera e delle Istituzioni sulla necessità di recuperare un livello minimo di “autosufficienza di sicurezza”, indispensabile non solo per la zootecnia italiana, ma soprattutto per le produzioni d’eccellenza – in primis le DOP – che rappresentano un valore unico del nostro Made in Italy. Rafforzare la produzione nazionale significa tutelare l’intera filiera, garantire stabilità agli approvvigionamenti e consolidare la competitività del sistema agroalimentare italiano».
Europa e Italia hanno problemi di autoapprovvigionamento. Come è possibile incrementare la produttività e migliorare l’autosufficienza?
«La strada è chiara: dobbiamo produrre di più e recuperare quella capacità produttiva che negli ultimi anni si è progressivamente erosa. Sappiamo che l’Italia, per ragioni strutturali, non potrà mai essere del tutto autosufficiente nella produzione di cereali e semi oleosi, ma ciò non giustifica il forte arretramento produttivo che stiamo vivendo. È un fenomeno incompatibile con la nostra vocazione e con il ruolo del Made in Italy nel mondo.
Per invertire questa tendenza occorre intervenire con urgenza sulle cause principali della perdita di competitività e quindi rendere gli agricoltori più competitivi rispetto ai loro omologhi europei e mondiali, riducendo gli svantaggi strutturali che oggi li penalizzano; rilanciare la ricerca scientifica, ambito in cui il nostro Paese è stato all’avanguardia fino alla fine del secolo scorso, ma che poi è stato marginalizzato, privando gli agricoltori degli strumenti necessari per innovare e restare al passo con le sfide globali. Allo stesso tempo, è necessario ottenere una PAC più efficace, calibrata sulle reali esigenze delle imprese agricole e sulle produzioni strategiche, ed elaborare un vero piano nazionale per la salvaguardia delle produzioni agricole strategiche, senza il quale continueremo a dipendere dall’estero in modo crescente.
Per vincere la sfida della sostenibilità e affrontare il cambiamento climatico, la leva più importante resta la ricerca e l’innovazione. Affidarsi alla scienza non è un’opzione: è una priorità per garantire produttività e mantenere viva la tradizione del nostro agroalimentare».
Il regolamento europeo sulla deforestazione rappresenta un ostacolo? Come dovrebbe essere gestito?
«La tutela dell’ambiente e il contrasto alla deforestazione sono obiettivi imprescindibili e condivisi da tutti. Siamo tutti consapevoli della responsabilità che abbiamo nei confronti del pianeta e delle generazioni future. Tuttavia, le norme che intendono perseguire tali obiettivi devono essere sostenibili in tutte le dimensioni del concetto di sostenibilità: ambientale, economica e sociale.
Non è possibile puntare esclusivamente alla sostenibilità ambientale trascurando la possibilità reale per gli operatori di applicare la normativa. La Commissione europea sembra aver compreso questa criticità, come dimostra la recente decisione di rinviare l’entrata in vigore del regolamento. Come settore industriale, a livello nazionale ed europeo abbiamo sempre sostenuto l’importanza di una normativa efficace, ma anche praticabile. Siamo favorevoli agli strumenti di contrasto alla deforestazione, ma chiediamo che siano realmente applicabili e che tengano conto della complessità delle filiere coinvolte. Confidiamo che questo anno di rinvio consenta di introdurre i correttivi necessari per garantire un sistema sostenibile ed efficace».
Le tensioni geopolitiche stanno modificando le rotte commerciali globali. Quali rischi e opportunità si intravedono per cereali e semi oleosi?
«Gli avvenimenti degli ultimi anni – prima la pandemia, poi i conflitti in aree strategiche del mondo – hanno evidenziato quanto sia fragile il modello di globalizzazione che davamo per scontato. Eventi di questa portata mettono in luce l’assenza di certezze quando si dipende dalle scelte di altri Paesi per beni strategici come energia e materie prime.
Per Paesi come l’Italia, che presenta un’alta dipendenza dall’estero, queste condizioni possono trasformarsi rapidamente in elementi di criticità. Abbiamo temuto carenze energetiche e perfino problemi negli approvvigionamenti alimentari: un rischio impensabile fino a pochi anni fa.
La lezione è chiara: un’economia avanzata come quella italiana non può prescindere dal mantenere una capacità produttiva minima e un sistema di scorte strategiche in grado di assicurare la continuità delle forniture almeno nel breve periodo. È un richiamo forte a ripensare il nostro modello di sicurezza alimentare ed energetica».
Cambiamenti climatici e salute animale/vegetale: quali soluzioni ritiene percorribili?
«Il cambiamento climatico, insieme a condizioni meteorologiche sempre più imprevedibili, sta creando difficoltà crescenti sia nelle produzioni agricole sia nella gestione degli allevamenti. Come industria mangimistica subiamo indirettamente queste conseguenze: da un lato sulla disponibilità di materie prime nazionali, dall’altro sull’efficienza e sul benessere degli animali.
Per affrontare le sfide in agricoltura, servono interventi strutturali: infrastrutture idriche adeguate, come invasi e sistemi di raccolta delle acque piovane, diventati ormai indispensabili. Ci auguriamo che anche attraverso il PNRR il Paese inizi ad affrontare seriamente questo tema; adozione rapida delle TEA (Tecniche di Evoluzione Assistita), con cui la ricerca genetica può fornire varietà più resistenti, più produttive e più adatte ad affrontare il cambiamento climatico, senza snaturare le produzioni tipiche.
Per gli allevamenti, invece, è necessario potenziare gli incentivi agli investimenti per migliorare strutture, condizioni di benessere animale e gestione aziendale. Un allevamento che garantisce benessere è un allevamento più produttivo, più sostenibile e capace di offrire prodotti di qualità superiore.
Da parte nostra, l’industria mangimistica contribuisce attraverso alimenti sempre più mirati e scientificamente avanzati, che rispondono alle esigenze nutrizionali degli animali in ogni fase del loro ciclo. Una buona alimentazione significa salute, benessere e maggiore efficienza produttiva, a beneficio degli allevatori e di tutta la filiera, consumatori inclusi».
La zootecnia è chiamata a un nuovo corso. Quali difficoltà e quali opportunità vede per gli allevatori?
«Gli allevatori sostengono costi molto elevati, e l’alimentazione rappresenta tra il 60% e il 70% del totale. Tuttavia, il mangime industriale è oggi uno strumento fondamentale per migliorare l’efficienza degli allevamenti. I moderni mangimi permettono di migliorare la conversione alimentare, l’efficienza complessiva, la salute e il benessere degli animali, contribuendo in modo decisivo alla competitività dell’azienda.
La mangimistica moderna, sostenuta da una ricerca continua, è anche uno dei principali driver dell’economia circolare: il settore utilizza grandi quantità di sottoprodotti e coprodotti dell’industria alimentare, riducendo gli sprechi e valorizzando risorse che altrimenti andrebbero perdute. Questo consente di chiudere un ciclo virtuoso che si riflette in una maggiore sostenibilità dell’intera filiera.
Si tratta di un contributo determinante alla corretta gestione delle risorse, alla prevenzione degli sprechi e alla sostenibilità complessiva del modello zootecnico nazionale».
È possibile valorizzare le produzioni locali e organizzare filiere territoriali?
«Sì, è possibile e in molti casi è già realtà. Un esempio importante sono le filiere 100% italiane, ma anche e soprattutto le produzioni DOP, per le quali la normativa comunitaria richiede che almeno il 50% delle materie prime utilizzate per l’alimentazione degli animali provenga dall’areale specifico.
Questo mette in evidenza l’importanza delle produzioni locali ma anche la necessità di garantire un approvvigionamento continuo e costante e quantità sufficienti per sostenere l’attività dell’industria mangimistica. Per questo motivo, sarà sempre più importante sviluppare contratti di filiera che favoriscano una programmazione delle produzioni agricole basata sulle reali esigenze dei diversi attori della filiera».
Accordi internazionali UE–Mercosur: quale è la posizione di Assalzoo?
«Come industria mangimistica dipendiamo dall’estero per la maggior parte delle materie prime che utilizziamo. Non si tratta di una scelta, ma di una necessità legata alla carenza produttiva nazionale. Lo stesso vale per molte filiere zootecniche, come quella bovina, suina, lattiera o ittica.
Gli accordi commerciali con Paesi terzi sono quindi importanti, ma devono essere costruiti sulla base della parità delle regole. Non è sufficiente eliminare i dazi: bisogna considerare anche le barriere non tariffarie e le differenze nelle modalità produttive, che incidono sulla qualità e sulla sicurezza delle produzioni. Essendo un Paese importatore, l’Italia ha tutto l’interesse ad accordi commerciali equilibrati, ma questi non devono favorire concorrenza sleale né aumentare ulteriormente la nostra dipendenza dall’estero. Parità delle condizioni e rispetto degli standard europei devono essere principi irrinunciabili».
Come vede il futuro dell’agricoltura italiana?
«L’Italia è un Paese straordinario, con un patrimonio agroalimentare unico al mondo, apprezzato e richiesto ovunque. Disponiamo di una potenzialità enorme, che in parte rimane ancora inespressa ma che, se valorizzata adeguatamente, può garantire un futuro molto positivo per la nostra agricoltura.
Non dobbiamo dimenticare – anche se troppo spesso lo si è fatto – che l’agricoltura svolge una funzione strategica insostituibile: garantire a tutti cibo sufficiente. Le previsioni dicono che nel prossimo futuro sarà necessario produrre più alimenti per combattere la fame nel mondo e per rispondere alla domanda crescente dei nuovi Paesi emergenti.
La sfida sarà pertanto produrre di più, in modo sostenibile, e l’Italia ha tutte le capacità per farlo. È responsabilità di tutti – Istituzioni e mondo produttivo – creare le condizioni affinché questo processo possa realizzarsi».